sanità

Una risonanza magnetica prenotata per dicembre 2029. Non è una provocazione, non è una fake news  purtroppo e nemmeno un errore di stampa. È uno dei casi che stanno alimentando il dibattito sulle liste d’attesa in Puglia e che riaccendono una domanda inevitabile: può definirsi efficiente un sistema sanitario che costringe un cittadino ad aspettare anni per un esame diagnostico?

Dietro una data sul calendario non c’è un semplice numero. C’è una persona che convive con il dolore, con la paura di una diagnosi che non arriva, con l’incertezza di sapere se quella patologia, nel frattempo, stia peggiorando. Ogni giorno di attesa può trasformarsi in un giorno sottratto alla prevenzione, alla cura e, nei casi più gravi, alla possibilità di intervenire in tempo.

Negli ultimi anni la Regione Puglia ha più volte rivendicato il recupero delle liste d’attesa accumulate nel passato. È un risultato che merita di essere riconosciuto quando effettivamente conseguito. Ma la vera domanda è un’altra, ed è quella che interessa migliaia di cittadini: chi oggi riceve una prescrizione medica riesce davvero a ottenere la prestazione entro i tempi previsti dalla legge?

È questa la cartina di tornasole dell’efficienza del sistema sanitario.

La normativa stabilisce termini precisi per ogni codice di priorità. Le prestazioni urgenti devono essere garantite entro 72 ore, quelle brevi entro 10 giorni, quelle differibili entro 30 o 60 giorni e quelle programmabili entro 180 giorni. Se, invece, un cittadino riceve un appuntamento fissato tra tre o quattro anni, è evidente che qualcosa si è inceppato.

Nel Tarantino, come afferma anche Giampaolo Vietri  Consigliere Regionale della Puglia (FDI), questa situazione viene denunciata con sempre maggiore frequenza. E quando la sanità pubblica non riesce a garantire tempi accettabili, si crea una frattura sociale sempre più profonda: chi ha disponibilità economiche si rivolge alle strutture private, pagando di tasca propria; chi non può permetterselo continua ad aspettare, spesso rinunciando alle cure o convivendo con il dubbio che la propria condizione possa aggravarsi.

La salute, però, non può diventare un privilegio riservato a chi può pagare. La Costituzione tutela il diritto alla salute come diritto fondamentale della persona, non come un servizio subordinato alle possibilità economiche del singolo.

Per questo il problema delle liste d’attesa non può essere affrontato soltanto con comunicati, conferenze stampa o dati statistici sul recupero degli arretrati. I cittadini giudicano la sanità nel momento in cui escono dallo studio del medico e provano a prenotare una visita o un esame. È lì che si misura l’efficienza del sistema.

Una risonanza fissata nel 2029 non è soltanto una data lontana. È il simbolo di una distanza ancora più grande: quella tra i diritti riconosciuti sulla carta e quelli realmente garantiti nella vita quotidiana.

La politica ha il dovere di fornire risposte concrete, perché dietro ogni prenotazione rinviata ci sono persone, famiglie e storie che non possono essere messe in lista d’attesa. La salute non può aspettare. E quando è costretta a farlo, non è soltanto il paziente a perdere: perde l’intero sistema sanitario e perde la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

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