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La risposta più comune è sempre la stessa: «A Manduria manca il lavoro». È da qui che vale la pena partire. Il lutto cittadino per la nostra compaesana che, di ritorno dal lavoro nei campi, ha trovato la morte nell’incidente stradale tra Francavilla Fontana e Manduria, vale il tempo del silenzio e del rispetto.

A distanza di un giorno resta però il tempo delle domande, che non riguardano solo il dolore del momento ma la realtà che viviamo ogni giorno. Una in particolare torna con forza. È normale che tanti braccianti quotidianamente debbano alzarsi nel cuore della notte e percorrere decine su decine di chilometri per andare a lavorare, mentre attorno a Manduria si estende un patrimonio agricolo enorme che spesso non trova abbastanza cura e valore? Accanto ad aziende agricole solide e produttive, che restano una parte importante dell’economia locale, si trovano aree segnate da un lento abbandono: ulivi secchi, muretti a secco crollati, lamie lasciate a deteriorarsi, rifiuti sparsi, terreni senza più manutenzione.

Il Primitivo di Manduria è una ricchezza riconosciuta e un simbolo della nostra terra, ma un territorio così ampio non può dipendere quasi esclusivamente da una sola produzione. Serve una visione più ampia, che tenga insieme la viticoltura e altre forme di produzione agricola, capaci di generare lavoro e presidio del territorio. La frammentazione dei terreni tra eredi ha contribuito a questo processo. Proprietà sempre più piccole e difficili da gestire hanno favorito l’abbandono progressivo di molte aree rurali.

In questo quadro anche l’imprenditoria agricola privata può avere un ruolo importante, se sostenuta da strumenti concreti che permettano di mettere insieme e gestire le proprietà. Senza un confronto più diretto tra istituzioni, operatori agricoli e investitori, molte possibilità restano solo potenziali. Serve anche tornare a parlare di cooperazione e associazionismo non come parole astratte, ma come pratiche reali. Esperienze già sperimentate in altre realtà mostrano che unire terreni, competenze e risorse può aiutare a recuperare ciò che oggi è frammentato, creare lavoro e ridare valore alla produzione agricola.

Non si tratta di soluzioni immediate, ma di una direzione da costruire nel tempo. Oggi l’attenzione pubblica si concentra soprattutto sul centro abitato e sulle zone costiere, mentre l’entroterra rurale — pur essendo la parte più estesa del territorio — resta spesso ai margini del dibattito.

Non vi è alcuna intenzione di collegare direttamente la tragedia di questi giorni a queste dinamiche, ma eventi così dolorosi riportano inevitabilmente l’attenzione su questioni che da tempo vengono rimandate. Un territorio che smette di produrre finisce per dipendere da ciò che altri producono e perde non solo autonomia, ma anche economia, storia e identità. Quando una ricchezza così ampia viene trascurata, non è solo una questione di lavoro, ma del modo in cui questo territorio sceglie di guardare al proprio futuro. Forse è proprio da qui che bisogna ripartire: dalle domande che continuiamo a rimandare.

Michele Erario

Foto: Associazione Nazionale Città del Vino

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